Danno al lavoratore da cosa in custodia del datore di lavoro

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Corte di Cassazione, Sezione Lavoro civile Sentenza 12 marzo 2018, n. 5957

Nel caso in cui un danno sia stato causato al lavoratore da cosa che il datore di lavoro ha in custodia – con il correlato obbligo di vigilanza e controllo su di essa – ove sia accertato il nesso eziologico tra il danno stesso e l’ambiente ed i luoghi di lavoro, sussiste ai sensi del combinato disposto di cui all’articolo 2051 c.c. (danno cagionato da cose in custodia) e articolo 2087 c.c. (tutela delle condizioni di lavoro), una responsabilita’ del datore di lavoro, salvo che lo stesso provi il caso fortuito.

 

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro civile Sentenza 12 marzo 2018, n. 5957

Integrale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 5119/2013 proposto da:

(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) S.C.A.R.L. IN LIQUIDAZIONE P.I. (OMISSIS), in persona del liquidatore e legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 24/2012 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE, depositata il 16/02/2012 R.G.N. 83/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/12/2017 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI FRANCESCA che ha concluso per l’accoglimento del ricorso per quanto di ragione;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS).

FATTI DI CAUSA

(OMISSIS) conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Udine la (OMISSIS) Societa’ Cooperativa a r.l. per conseguirne la condanna al risarcimento dei danni subiti all’esito dell’infortunio occorsogli in data (OMISSIS).

Esponeva che, mentre era intento a praticare dei fori con un macchinario all’interno di una galleria ferroviaria in costruzione, era esplosa una carica rimasta nascosta, arrecandogli gravi lesioni personali.

Resisteva al ricorso la societa’ convenuta.

Il giudice adito rigettava le domande proposte con pronuncia che veniva confermata dalla Corte distrettuale.

A fondamento del decisum, la Corte osservava, per quanto in questa sede rileva, che il quadro probatorio delineato in prime cure aveva consentito di acclarare come l’eventus damni non fosse causalmente riconducibile a comportamento colposo del personale preposto al controllo del sito, il quale aveva provveduto alla preparazione della parete ove si sarebbero dovute posizionare le nuove cariche esplosive; ne’ a carico del datore di lavoro, non essendovi sul sito segnali di pericolo per la esistenza di cariche rimaste inesplose.

Escludeva, poi, l’applicabilita’ alla fattispecie, dei dettami di cui all’articolo 2051 c.c., prospettata per la prima volta in appello secondo modalita’ ritenute inammissibili, implicando ulteriori e precisi riscontri non consentiti per la prima volta in sede di gravame.

Avverso tale decisione interpone ricorso per cassazione (OMISSIS) sulla base di tre motivi.

Resiste con controricorso la societa’ cooperativa intimata, in liquidazione.

Entrambe le parti hanno depositato memoria illustrativa ai sensi dell’articolo 378 c.p.c..

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo e’ denunciata violazione e falsa applicazione degli articoli 2087 e 2051 c.c. nonche’ dell’articolo 41 Cost. in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si argomenta che in sede di gravame, si era sostenuto che la corretta applicazione dell’articolo 2087 c.c. imponesse di ritenere come anche nella impossibilita’ tecnica di conseguire la sicurezza assoluta sul lavoro, il rischio e i costi degli eventuali incidenti non dovessero gravare sui dipendenti ma, piuttosto, sul datore di lavoro, grazie ad un meccanismo di responsabilita’ presunta, simile a quello di cui all’articolo 2051 c.c. del quale l’articolo 2087 era il corrispondente referente normativo in materia di infortuni sul lavoro.

Si desumeva dal ricorso di primo grado e dall’atto di appello che l’infortunio si era verificato “nel corso della attivita’ lavorativa e a causa di una cosa impiegata in cantiere”.

L’esplosione era stata infatti determinata da una precedente mina rimasta inesplosa e dalla indicazione data al lavoratore di eseguire il foro nel medesimo punto in cui era stata posizionata quella mina.

Si argomenta, quindi, come gli elementi che sotto il profilo fattuale definivano la vicenda scrutinata, mostrassero con evidenza la riconducibilita’ del danno di natura psicofisica risentito dal lavoratore, all’esplosione di materiale impiegato nella frantumazione di una parete rocciosa all’interno del cantiere gestito dalla parte datoriale, riconducibili a responsabilita’ gravante sul datore di lavoro.

2. Il secondo motivo prospetta violazione e falsa applicazione degli articoli 2087 e 2051 c.c. nonche’ dell’articolo 41 Cost. in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si ribadisce che, ferma restando la descrizione della dinamica del sinistro, riferibile all’ambiente lavorativo secondo le modalita’ delineate in sede di ricorso introduttivo del giudizio, nell’atto di appello si era invocata, inter alla, anche la responsabilita’ da cose in custodia gravante sul datore di lavoro, quale riflesso dell’applicazione dell’articolo 2087 fondante una responsabilita’ contrattuale a carico dell’imprenditore.

3. Con il terzo motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell’articolo 112 c.c., ex articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si stigmatizza l’impugnata sentenza per essere incorsa in violazione del principio per cui la diversa qualificazione giuridica conferita dal giudice rispetto a quella prospettata dalla parte, non integra un’ipotesi di novum.

4. I motivi, che possono congiuntamente trattarsi per presupporre la soluzione di questioni giuridiche connesse, sono fondati.

Le doglianze formulate dal ricorrente, muovono tutte dalla considerazione dell’errore prospettico in cui sarebbe incorsa la Corte di merito, la quale non ha scrutinato la domanda sotto il profilo della responsabilita’ della parte datoriale ai sensi dell’articolo 2051 c.c., pur prospettata nei diversi gradi del giudizio di merito, erroneamente reputando violato il principio del divieto di nova in appello sancito dall’articolo 437 c.p.c..

Nel rispetto del principio di autosufficienza che governa il ricorso per cassazione – da intendere quale corollario del requisito della specificita’ dei motivi d’impugnazione tradotto nelle disposizioni contenute nell’articolo 366 c.p.c., comma 1 – il (OMISSIS) ha riportato significativi stralci del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado dai quali si deduceva che la sera dell’infortunio, “dopo aver proceduto ad una prima esplosione, aver liberato il campo dai detriti ed aver consolidato la parete rocciosa con un getto di calcestruzzo, venivano segnati con vernice i punti ove dovevano essere praticati i fori per l’inserimento delle nuove cariche esplosive e veniva dato ordine a (OMISSIS) di eseguire gli ulteriori fori. Nel mentre il lavoratore stava praticando un foro ad un’altezza di circa un metro, si verificava un’esplosione ed egli veniva investito da una quantita’ notevole di detriti…”.

Il ricorrente ha in via ulteriore proseguito enunciando il tenore del Decreto del Presidente della Repubblica n. 302 del 1956, articolo 38 secondo cui “Trascorsi i tempi di sicurezza indicati nell’articolo 36, il caposquadra minatore, con i lavoratori strettamente necessari, deve sprovvedere: a) al disgaggio di sicurezza b) all’accurata ispezione della fronte di sparo per individuare le eventuali mine,non esplose; c) all’accertamento della eventuale esistenza di residui di esplosivo nei fondelli. Nel caso di mine inesplose, e ove non sia rintracciabile la mina gravida sulla fronte e sia percio’ presumibile l’avvenuta asportazione della stessa, si devono ricercarne attentamente i frammenti nel materiale abbattuto. In tal caso la rimozione del materiale deve essere effettuata con cautela. E’ vietato scaricare l’esplosivo di cui sia stata accertata l’esistenza nei fondelli residui, esso deve essere fatto esplodere mediante una carica sovrapposta. I fondelli residui devono essere accuratamente ricercati e messi in evidenza con appositi segnali indicatori, affinche’ siano evitati nella perforazione di nuovi fori. I nuovi fori devono essere aperti parallelamente ed a sufficiente distanza dai fondelli residui”.

Dalla descrizione della complessiva dinamica degli eventi, culminata nella verificazione dell’eventus damni occorso al lavoratore era, dunque, chiaramente evincibile come la causa del pregiudizio alla salute risentito, fosse da ravvisare nell’esplosione di materiale impiegato nella frantumazione di una parete rocciosa all’interno del cantiere datoriale.

5. Orbene, l’esegesi del contesto fattuale in cui si e’ dipanata la vicenda sottoposta allo scrutinio di questa Corte e ad essa devoluta ex articolo 112 c.p.c., esige il richiamo al quadro normativo di riferimento come definito dall’interpretazione resa da questa Corte nei suoi consolidati approdi.

Puo’ dunque affermarsi che l’obbligo di sicurezza posto a carico del datore di lavoro in favore del lavoratore, e’ previsto in generale, con contenuto atipico e residuale, dall’articolo 2087 c.c. (vedi ex plurimis, Cass. 7/6/2013 n.14468, Cass. 17/02/2009 n.3788, Cass. 21/2/2004 n.3498) ed in particolare, con contenuto tipico, dalla dettagliata disciplina di settore concernente gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali e le misure di prevenzione.

In via generale, va altresi’ rimarcato come la disposizione di cui all’articolo 2087 c.c., si qualifichi alla stregua di norma di chiusura del sistema antinfortunistico, estensibile a situazioni ed ipotesi non ancora espressamente considerate e valutate dal legislatore al momento della sua formulazione, ed impone all’imprenditore l’obbligo di tutelare l’integrita’ fisiopsichica dei dipendenti con l’adozione – ed il mantenimento perfettamente funzionale – non solo di misure di tipo igienico-sanitario o antinfortunistico, ma anche di misure atte, secondo le comuni tecniche di sicurezza, a preservare i lavoratori dalla sua lesione nell’ambiente od in costanza di lavoro in relazione ad eventi pur se allo stesso non collegati direttamente.

In riferimento a tale profilo, con orientamento costante, questa Corte ha quindi affermato che la responsabilita’ del datore di lavoro ex articolo 2087 c.c. e’ di carattere contrattuale, atteso che il contenuto del contratto individuale di lavoro risulta integrato per legge, ai sensi dell’articolo 1374 c.c. dalla disposizione che impone l’obbligo di sicurezza e lo inserisce nel sinallagma contrattuale (ex aliis, vedi Cass. cit. n. 3788/2009, Cass. 13/8/2008, n. 21590); anche se e’ possibile ipotizzare – per un fatto che viola contemporaneamente sia diritti che attengono alla persona in base al precetto generale del neminem laedere, sia diritti che scaturiscono dal vincolo giuridico contrattuale – il concorso della azione contrattuale basata sulla violazione degli obblighi di sicurezza posti a carico del datore di lavoro dall’articolo 2087 c.c. (cosi’ Cass. 20/6/2001 n. 8381, cui adde, Cass. 27/6/2011 n. 14107).

L’articolo 2087 cod. civ., peraltro, non configura un’ipotesi di responsabilita’ oggettiva, in quanto la responsabilita’ del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento (cfr. Cass. 29/1/2013 n. 3288). Ne consegue che il riparto degli oneri probatori nella domanda di danno da infortunio sul lavoro si pone negli stessi termini dell’articolo 1218 c.c. circa l’inadempimento delle obbligazioni, da cio’ discendendo che il lavoratore il quale lamenti di aver subito un danno da infortunio sul lavoro, deve allegare e provare l’esistenza dell’obbligazione lavorativa, l’esistenza del danno ed il nesso causale tra quest’ultimo e la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare la dipendenza del danno da causa a lui non imputabile e, cioe’, di aver adempiuto interamente all’obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure. per evitare il danno.

6. Nell’ottica descritta, pregnante e’ il richiamo ai principi del pari affermati in questa sede di legittimita’, che vanno qui ribaditi, alla cui stregua, nell’ipotesi in cui il danno sia stato determinato da cose che il datore aveva in custodia (e la custodia non e’ da intendersi esclusivamente nel significato formalmente contrattuale, bensi’ come mera esistenza d’un potere fisico ad altri riconosciuto dal proprietario: Cass. 18/2/2000 n. 1859; in relazione all’ipotesi di contratto di appalto, in cui la consegna dell’area di proprieta’ del committente e’ di regola sufficiente a trasferirne la custodia esclusiva, vedi Cass. 22/1/2015 n. 1146), e’ richiesta, per la responsabilita’ prevista dall’articolo 2051 cod. civ., la sussistenza d’una relazione diretta fra la cosa e l’evento dannoso, ed il potere fisico. del soggetto sulla cosa, da cui discende il di lui obbligo di controllare in modo da impedire che la cosa causi danni (Cass. 14/6/1999 n. 5885).

In tale situazione, ai fini della configurabilita’ della responsabilita’ del datore di lavoro, ai sensi dell’articolo 2087 cod. civ., nell’ipotesi in cui il danno sia stato causato al lavoratore da cose che il datore di lavoro aveva in custodia e, a maggior ragione, in quella in cui lo stesso datore, a cagione dell’attivita’ da lui esercitata, abbia ricevuto in consegna un oggetto che il lavoratore sia stato incaricato di elaborare – pur non configurandosi una responsabilita’ oggettiva del datore – sussiste una presunzione di colpa a carico del datore che e’ nel contempo custode della cosa da cui il danno deriva, scaturente dalla concorrente applicabilita’ degli articoli 2051 e 2087 cod. civ., che puo’ essere superata solo dalla dimostrazione dell’avvenuta adozione delle cautele antinfortunistiche, ovvero dall’accertamento di un comportamento abnorme del lavoratore (ex plurimis, Cass. 20/6/2002 n. 9016), e, ove non sia in discussione la colpa di quest’ultimo, nel caso fortuito che si invera, ex articolo 2051 cod. civ. nella natura imprevedibile ed inevitabile del fatto dannoso (vedi Cass. 20/6/2003 n. 9909, Cass. 14/8/2004 n. 15919, Cass. S.U. 8/7/2008 n. 18623).

7. Orbene, nello specifico va rimarcato come la Corte distrettuale non si sia conformata agli enunciati principi per avere escluso la riconducibilita’ agli archetipi normativi di cui alle clausole generali degli articoli 2087-2051 c.c. adducendo a motivo l’esistenza di un profilo di violazione del divieto di nova in appello.

Secondo i dicta di questa Corte, ai quali va data continuita’, il principio del tantum devolutum quantum appellatum (articoli 434 e 437 cod. proc. civ.), non osta a che il giudice renda la pronuncia richiesta in base ad una ricostruzione dei fatti autonoma, rispetto a quella prospettata dalle parti, nonche’ in base alla qualificazione giuridica dei fatti medesimi e, in genere, all’applicazione di una norma giuridica, diversa da quella invocata dalla parte (vedi Cass. 22/8/2013 n. 19424, Cass. 24/3/2011 n. 6757).

Per il principio “iura novit curia” sancito dall’articolo 113 c.p.c., comma 1, il giudice puo’ infatti assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti e ai rapporti dedotti in lite, nonche’ all’azione esercitata in causa, ricercando le norme giuridiche applicabili alla concreta fattispecie sottoposta al suo esame, e ponendo a fondamento della sua decisione principi di diritto diversi da quelli erroneamente richiamati dalle parti, ferma restando la preclusione di una decisione basata non gia’ sulla diversa qualificazione giuridica del rapporto, ma su diversi elementi materiali che inverano il fatto costitutivo della pretesa (vedi ex plurimis, Cass. 24/7/2012 n. 12943), con immutazione della fattispecie e conseguente violazione – in ultra ovvero extrapetizione – del principio di correlazione tra il chiesto ed il pronunciato ex articolo 112 cod. proc. civ. (cfr. Cass. 11/5/2017 n. 11629).

Nello specifico, dallo storico di lite, si evince come il ricorrente sin dall’atto introduttivo del giudizio, abbia indicato i dati fattuali posti a fondamento della domanda di risarcimento dei danni subiti ed abbia ricondotto chiaramente la causa dei suddetti danni alla esplosione.

Detta prospettazione e’ rimasta immutata in grado di appello, introdotto con ricorso nel cui contesto non e’ stata configurata alcuna situazione che possa definirsi sostitutiva o in rapporto di alternativita’ rispetto a quella delineata in primo grado, in quanto riferentesi alla medesima situazione giuridica sostanziale generata dal fatto per il quale era stato promosso il giudizio.

Consegue, dalle considerazioni svolte, che nella fattispecie considerata non e’ ravvisabile alcun elemento ostativo alla individuazione dell’articolo 2051 c.c. quale concorrente titolo di responsabilita’ a carico della parte datoriale in ordine alla causazione dell’evento dannoso, non essendo configurabile, alla luce dei principi teste’ richiamati, alcun mutamento degli elementi identificativi della domanda, giacche’ non richiesta l’attribuzione di un bene diverso da quello domandato ne’ risultando introdotti nel tema controverso nuovi elementi di fatto (vedi ex aliis, Cass. 1/9/2004 n. 17610, Cass. 14/5/2005 n.10922, Cass. 12/4/2006 n. 8519, Cass. 24/07/2012 n. 12943), la cui qualificazione compete, per quanto innanzi argomentato, al giudicante.

8. Il ricorso va pertanto accolto e la sentenza cassata con rinvio alla Corte d’Appello designata in dispositivo la quale, scrutinando la vicenda di merito, si atterra’ al seguente principio di diritto: “Nel caso in cui un danno sia stato causato al lavoratore da cosa che il datore di lavoro ha in custodia – con il correlato obbligo di vigilanza e controllo su di essa – ove sia accertato il nesso eziologico tra il danno stesso e l’ambiente ed i luoghi di lavoro, sussiste ai sensi del combinato disposto di cui all’articolo 2051 c.c. (danno cagionato da cose in custodia) e articolo 2087 c.c. (tutela delle condizioni di lavoro), una responsabilita’ del datore di lavoro, salvo che lo stesso provi il caso fortuito”.

Il giudice di rinvio provvedera’ alla regolamentazione delle spese, anche di questo giudizio di legittimita’.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Trieste in diversa composizione.

Per ulteriore giurisprudenza in merito alla responsabilità da cose in custiodia si segnalano le seguenti sentenze:

Cassazione n. 7926/2018Cassazione n. 10154/2018Cassazione n. 7527/2018

Cassazione n. 8393/2018Cassazione n. 4495/2018Cassazione n. 6703/2018

Cassazione n. 6141/2018Cassazione n. 6034/2018

Cassazione n. 3305/2018Cassazione n. 2478/2018Cassazione n. 2477/2018

Cassazione n. 2479/2018Cassazione n. 2481/2018  Cassazione n. 1561/2018

Cassazione n. 2480/2018Cassazione n. 861/2018Cassazione n. 1064/2018

Cassazione n. 2483/2018Cassazione n. 2482/2018Cassazione n. 1257/2018

Cassazione n. 29891/2017Cassazione n. 22839/2017Cassazione n. 25856/2017

Cassazione n. 25837/2017Cassazione n. 22419/2017Cassazione n. 18954/2017

Cassazione n. 18856/2017Cassazione n. 12027/2018 Cassazione n. 11785/2017

Cassazione n. 11526/2017Cassazione n. 11225/2017Cassazione n. 10916/2017

Cassazione n. 10520/2017Cassazione n. 7805/2017Cassazione n. 13262/2016

Cassazione n. 18317/2015Cassazione n. 999/2014

Laureato nell’anno accademico 2012/2013 all’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in diritto bancario intitolata “Le nuove garanzie bancarie”. Sono iscritto all’ordine degli avvocati di Torre Annunziata, dal maggio del 2013, immediatamente dopo aver conseguito la laurea ed ho superato l’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense nel novembre del 2015. Ho inoltre seguito il 1° Corso per curatore fallimentare e commissario giudiziale tenuto dal consiglio dell’ordine degli avvocati di Torre Annunziata nel 2016. La sede principale della mia attività professionale è in Sorrento, ma esercito la professione di avvocato su tutto il territorio italiano

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