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Il Diniego illegittimo del rilascio del permesso di soggiorno

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Diniego illegittimo del rilascio del permesso di soggiorno.

Presentare l’istanza volta ad ottenere il permesso di soggiorno, ritenendo di possederne i requisiti, non sempre significa conseguirlo.

Purtroppo è numerosa la casistica di permessi di soggiorno negati ed altrettanti sono i casi di diniego ritenuti illegittimi dal Consiglio di Stato o dal TAR.

Proviamo a segnalare e commentare alcuni tra i casi più significativi.

 1Diniego illegittimo del rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato

E’ da ritenersi illegittimo il diniego del rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato, opposto allo straniero extracomunitario in virtù della mancanza di un reddito ritenuto idoneo al suo sostentamento sul territorio nazionale se esiste un rapporto di convivenza dichiarato ed evidente.

E questo a prescindere da un rapporto di lavoro ritenuto fittizio.

La Questura avrebbe dovuto valutare, alla luce dell’art.5.9, d.lgs. 25 luglio 1998 n.286, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art.30.1, lett.b) dello stesso decreto. La citata disposizione, sebbene introdotta per regolare i rapporti derivanti dal unioni matrimoniali, va applicata, in base ad un’interpretazione analogica così come imposta dall’art.3.2 Cost., anche “al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile e debitamente attestata con documentazione ufficiale”, così come previsto (in riferimento al diritto di soggiorno di un cittadino di uno Stato membro Ue dei suoi familiari in un altro Stato membro) dall’art.3.2, lett.b) del d.lgs. 6 febbraio 2007, n.30.

Questa la conclusione raggiunta dalla Sezione Terza del Consiglio di Stato, con sentenza n.5040 del 31 ottobre 2017. Così dicendo non solo si rispetta il principio di eguaglianza sostanziale consacrato dall’art.136, l.20 maggio 1976, n.76 (rilevante nel caso di specie sulle convivenze di fatto tra “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolata da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”) ma si è in linea con le indicazioni rilasciate dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo che ha chiarito la nozione di “vita privata e familiare”, così come rinvenibile nell’art.8 par.1 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, includente sia le relazioni suggellate da contratto di matrimonio, sia i legami esistenti tra i componenti del gruppo indicato come famiglia naturale. Diversamente detto, proprio in forza di rapporti affettivi (quale che sia la natura affettiva, etero od omosessuale), l’applicazione di un diniego del permesso di soggiorno è in grado di generare un sacrificio sproporzionato del diritto alla vita privata e familiare per il soggetto interessato (Corte Europea dei diritti dell’uomo, 4 dicembre 2012, ric.n.31956/05, Hamidovic c/Italia).

La Sezione Terza aggiunse che la legislazione in materia di permessi di soggiorno non è ancora coordinata (o si preferisce aggiornata) alle riforme introdotte dalla l.n.76 del 2016 sulle unioni civili e di fatto. È consentito il rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari (ex art.30.1, lett.b), d.lgs.n.286/98) anche al convivente straniero di cittadino italiano in presenza delle condizioni formali e sostanziali, previste dalla stessa l.n.76/2016, artt.1.36 e 37.
Tutto ciò non osta all’applicazione degli istituti previsti dalla legislazione in ambito di immigrazione alle unioni matrimoniali, dell’art.30 e dei principi costituzionali ed europei, cogenti a prescindere dalla normativa sopravvenuta della l.76/2016 e conseguenti disposizioni di attuazione.

 

2 – Diniego di rinnovo del permesso di soggiorno temporaneo per motivi di lavoro in attesa di occupazione.

Va accolto il ricorso avverso diniego di rinnovo del permesso di soggiorno se adottato in presenza di condizioni che avrebbero imposto il rilascio di un permesso temporaneo per attesa di occupazione.

Questo in sintesi quanto deciso dalla Sezione Terza del Consiglio di Stato con sentenza n.269 del 23 gennaio 2017, su ricorso proposto da un cittadino nato in Egitto e presente regolarmente nel nostro territorio dal 2002, svolgendovi il lavoro di manovale edile. Presentata richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro subordinato, questo gli veniva negato mancando (a detta della Questura di Milano) la dimostrazione dell’esercizio di regolare attività lavorativa e della disponibilità di un reddito d’importo non inferiore all’assegno sociale, destinato al suo sostentamento.

Inviate le dovute memorie difensive, nelle quali riferiva che la perdita del lavoro era da addebitarsi alla crisi economica che aveva interessato anche il nostro paese e che ciò nonostante si era adattato ad una situazione lavorativa instabile e precaria conseguendo comunque un reddito sebbene inferiore alle soglie minime previste, iscrivendosi altresì alle liste di collocamento al fine di cercare un’occupazione regolare, il cittadino egiziano riceveva dalla Questura  un provvedimento definitivo di rigetto della domanda. In tale provvedimento si evidenziava la presenza di una posizione contributiva non adeguata e di una notizia di reato (per aver fornito false attestazioni) ribadendo altresì il disvalore sociale ed economico dell’evasione fiscale che il richiedente avrebbe effettuato mediante le occupazioni saltuarie dell’ultimo biennio.

Veniva dunque proposto ricorso al TAR Lombardia per l’annullamento del provvedimento, previa sospensiva, deducendo quali vizi di legittimità l’eccesso di potere per difetto assoluto di istruttoria e motivazione, illogicità ed irragionevolezza manifeste, violazione e falsa applicazione dell’art.5.5 del D.Lgs.286/98, mancanza di un interesse al rigetto dell’istanza di rilascio del rinnovo del permesso di soggiorno e mancata valutazione dell’effettivo inserimento dello straniero nel tessuto sociale del nostro paese. Il TAR Milano rigettava l’istanza cautelare sottolineando, però, che il ricorrente risultava indagato per il reato previsto dall’art.5.8 bis del D.Lgs.286/98 e che restava impregiudicata nella fase di merito la possibilità di accertare la sussistenza della capacità di auto sostentamento.

Con memoria ex art.73 c.p.a. il ricorrente – che aveva nel frattempo trovato un’occupazione lavorando con regolarità e continuità (furono presentate tutte le buste paga dalle quali risultava un reddito annuo superiore a 9.000,00 euro) – ribadiva la sua presenza ininterrotta dal 2002 e la disponibilità di un alloggio e la capacità di sostentamento. Con la sentenza appellata, però, il TAR Lombardia respingeva la domanda sostenendo che la documentazione prodotta era relativa ad un periodo successivo alla data del diniego impugnato e dunque inidonea a dimostrare l’illegittimità dell’operato dell’Amministrazione. Non fornendo, poi, alcune buste paga (esattamente quelle relative ad un bimestre) per il TAR questo proverebbe che il ricorrente non avrebbe lavorato per l’impresa edile indicata in ricorso. Tutto ciò darebbe fondatezza alle valutazioni effettuate dalla Questura di Milano sulla precarietà lavorativa e contributiva del ricorrente. E quindi il ricorso fu considerato infondato e come tale respinto.

La sentenza di diniego fu appellata sostenendo l’esistenza di un errore nel giudicare, l’ingiustizia e l’illogicità chiaramente manifeste, nonché la violazione e la falsa applicazione degli artt.5.5 e 22.11 del D.Lgs.n.286/98 e la mancata valutazione dell’alto grado di integrazione del ricorrente. Secondo il Consiglio di Stato le censure erano invece fondate ed il ricorso andava accolto, così ragionando.

Preliminarmente venivano ritenuti non rilevanti e metagiuridiche le considerazioni fornite dalla Questura di Milano sul presunto disvalore economico e sociale dell’evasione fiscale. Sebbene l’integrazione lavorativa del ricorrente era successiva al provvedimento di diniego e quindi non utile ai fini della valutazione della sua legittimità, il provvedimento era affetto da vizi di violazione di legge e di difetto d’istruttoria e quindi manifesta illogicità ed ingiustizia in quanto l’Amministrazione non considerò la condizione dell’interessato.

Quest’ultimo, perso il lavoro, si adoperava a trovarne un altro dimostrando una positiva integrazione sociale, linguistica e sociale. A detta del Consiglio di Stato, quindi, l’Amministrazione avrebbe dovuto procedere al rilascio di un permesso di soggiorno per attesa occupazione che avrebbe, altresì, consentito all’interessato di far valere la nuova assunzione ai fini del successivo rilascio del permesso di lavoro.

La Sezione Terza, quindi, si pronunciava sull’appello accogliendolo, compensava le spese ed ordinava l’esecuzione della sentenza da parte dell’autorità amministrativa.

 

Note sull’autore
Catello Avenia (Castellammare di Stabia, 1971). Già giornalista pubblicista e ricercatore, attualmente è contrattista universitario e praticante avvocato abilitato al patrocinio sostitutivo. http://unipegaso.academia.edu/CatelloAvenia

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umberto davidehttp://umbertodavide.it
Laureato nell’anno accademico 2012/2013 all’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in diritto bancario intitolata “Le nuove garanzie bancarie”. Sono iscritto all’ordine degli avvocati di Torre Annunziata, dal maggio del 2013, immediatamente dopo aver conseguito la laurea ed ho superato l’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense nel novembre del 2015. Ho inoltre seguito il 1° Corso per curatore fallimentare e commissario giudiziale tenuto dal consiglio dell’ordine degli avvocati di Torre Annunziata nel 2016. La sede principale della mia attività professionale è in Sorrento, ma esercito la professione di avvocato su tutto il territorio italiano

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