Leasing traslativo perdita del bene oggetto del contratto

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in tema di leasing traslativo, la clausola contrattuale che pone a carico dell’utilizzatore il rischio per la perdita del bene oggetto del contratto non ha carattere vessatorio, poiche’ si limita a regolare la responsabilita’ per la perdita del bene in conformita’ della disciplina legale desumibile – in via analogica – dall’articolo 1523 c.c. sulla vendita a rate con riserva della proprieta’.

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Corte di Cassazione|Sezione 3|Civile|Sentenza|23 maggio 2019| n. 13956

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere

Dott. D’ARRIGO Cosimo – Consigliere

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 4542/2017 R.G. proposto da:

(OMISSIS) S.r.l., rappresentata e difesa dall’Avv. (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) S.p.A., quale mandataria di (OMISSIS) S.p.A., rappresentata e difesa dall’Avv. (OMISSIS), con domicilio eletto in (OMISSIS);

– controricorrente –

e nei confronti di:

(OMISSIS) S.p.a. (quale successore a titolo particolare di (OMISSIS) S.p.a.), rappresentata e difesa dall’Avv. (OMISSIS), con dimicilio eletto in (OMISSIS), presso lo studio dell’Avv. (OMISSIS);

– interveniente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano, n. 2725/2016, pubblicata il 29 giugno 2016;

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 30 gennaio 2019 dal Consigliere, Dott. Emilio Iannello;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale, Dott. Sgroi Carmelo, che ha concluso chiedendo il rigetto del primo motivo e l’accoglimento, per quanto di ragione, del secondo, con rinvio al giudice di merito.

FATTI DI CAUSA

1. Su ricorso della (OMISSIS) S.p.A. il Tribunale di Milano emetteva, nei confronti di (OMISSIS) S.r.l., decreto ingiuntivo per il pagamento dell’importo di Euro 190.330,37 a titolo di penale contrattuale per l’anticipata risoluzione del contratto di leasing conseguente al furto dell’autovettura Bentley che ne era ad oggetto.

L’ingiunta proponeva opposizione eccependo l’illegittima capitalizzazione trimestrale degli interessi e la nullita’ della clausola relativa agli interessi di mora; chiedeva altresi’, in via riconvenzionale, la condanna dell’opposta al risarcimento del danno per l’inerzia dimostrata nell’attivarsi al fine di ottenere l’indennizzo assicurativo relativo al furto subito.

Espletata c.t.u. contabile, il Tribunale di Milano rigettava l’opposizione, condannando l’opponente alle spese.

2. Con la sentenza in epigrafe la Corte d’appello di Milano ha respinto il gravame proposto dall’opponente, confermando la decisione di primo grado e condannando l’appellante alle spese.

Ha infatti rilevato che il complessivo importo ingiunto trovava giustificazione nel combinato disposto di due clausole contrattuali la cui validita’ ed efficacia non era stata posta in dubbio dall’appellante: ossia la clausola n. 17 (relativa all’ipotesi di furto del bene oggetto di leasing) e quella n. 23 (relativa all’indennizzo previsto per il caso di risoluzione anticipata del contratto), clausola quest’ultima alla quale espressamente rinvia anche la prima.

Sulla scorta delle conclusioni del consulente tecnico ha poi escluso che la concedente, nel quantificare l’indennizzo, abbia applicato interessi anatocistici ovvero superiori al tasso soglia.

Ha infine dato atto che, secondo quanto pacificamente riferito nel corso del giudizio d’appello, il veicolo e’ stato nelle more recuperato e quindi venduto a terzi, con conseguente riduzione del credito vantato dalla concedente “alla minore somma… di Euro 144.230,37, oltre interessi moratori”: circostanza, secondo la Corte territoriale, non incidente sull’esito del giudizio, ma da tenere in conto in sede di volontaria o coattiva esecuzione.

3. Avverso tale decisione (OMISSIS) S.r.l. propone ricorso per cassazione sulla base di due motivi, cui resiste (OMISSIS) S.p.A., quale mandataria di (OMISSIS) S.p.A., depositando controricorso.

Interviene nel presente giudizio, allegando di farlo ai sensi dell’articolo 111 c.p.c., la (OMISSIS) S.p.a., quale cessionaria del credito di (OMISSIS) S.p.A., della quale dichiarava di far proprie le difese.

Chiamata una prima volta nell’adunanza camerale dell'(OMISSIS), la causa e’ stata rinviata a nuovo ruolo, ai sensi dell’articolo 375 c.p.c., comma 2, per essere trattata in pubblica udienza.

La ricorrente ha depositato memoria ex articolo 378 c.p.c..

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’articolo 1421 c.c., in ragione del “mancato rilievo ufficioso della nullita’ della clausola risolutiva e della penale”.

Sostiene che le clausole sopra indicate – le quali attribuiscono a (OMISSIS) il potere di risolvere il contratto e di chiedere il pagamento della penale, come ivi determinata in misura pari all’ammontare dei canoni non scaduti al momento della risoluzione, sia in presenza di inadempimento dell’utilizzatore, sia in presenza di altre cause, come appunto il furto o la perdita del bene – si pongono come derogatorie all’articolo 1458 c.c., comma 1, in tema di risoluzione dei contratti ad esecuzione continuata o periodica.

Rileva che tali previsioni determinano un grave squilibrio contrattuale in relazione ai poteri risolutivi, non corrispondendo esse ad un effettivo interesse economico del concedente ma avendo il solo scopo di assicurare un elevato profitto anche in presenza di eventi non riconducibili alla sfera dell’utilizzatore.

2. Con il secondo motivo la ricorrente deduce, in subordine, violazione e falsa applicazione dell’articolo 1384 c.c., per non aver la Corte di merito fatto uso dei poteri ufficiosi ad essa attribuiti di riduzione della penale: sussistendone nella specie, secondo la ricorrente, i presupposti, in relazione ai medesimi rilievi sopra svolti a fondamento del primo motivo.

3. Reputa il Collegio che – senza che metta conto impegnarsi nell’esame della questione della rilevabilita’ d’ufficio, in cassazione, di questioni non dedotte in primo grado e che, sebbene rilevabili d’ufficio, non avevano nemmeno formato oggetto in appello di eccezioni volte a sollecitare l’esercizio, da parte del giudice d’appello, del relativo potere – e’ dirimente il rilievo della manifesta infondatezza di entrambe quelle in questa sede dedotte.

Tale valutazione deve invero anzitutto esprimersi con riferimento al primo motivo.

Le clausole in questione (testualmente trascritte in ricorso, in osservanza del requisito di autosufficienza prescritto dall’articolo 366 c.p.c., n. 6) prevedono infatti:

– da un lato (articolo 17 condizioni generali) che “in ipotesi di furto o comunque di perdita dell’unita’ l’Utilizzatore dovra’ immediatamente corrispondere al concedente, con valuta pari a quella data in cui si era verificato l’evento e quindi si era risolto il contratto, l’indennizzo nelle modalita’ previste dall’articolo 23…”;

– dall’altro (articolo 23) che “in tutti i casi in cui nel presente contratto si fa riferimento ad un indennizzo spettante al Concedente, l’indennizzo deve essere quantificato come la somma di tutti i canoni non ancora scaduti alla data della risoluzione del contratto e del prezzo di eventuale acquisto finale…”.

Appare chiaro che scopo ed effetto del combinato disposto di tali clausole altro non sia che quello di porre il rischio di perimento della cosa a carico dell’utilizzatore, senza per cio’ solo aggravare gli obblighi che sarebbero stati a carico di quest’ultimo ove il contratto avesse avuto normale esecuzione.

Un tale scopo, ossia l’attribuzione a carico dell’utilizzatore del rischio di perimento del bene, appare in se’ non in contrasto con norme imperative, ne’ non meritevole di tutela, essendo del resto quanto gia’ previsto ex articolo 1523 c.c., in tema di vendita con riserva della proprieta’, ipotesi cui e’ consentito assimilare la fattispecie in esame, in mancanza peraltro di alcuna diversa prospettazione sul punto.

In tal senso questa Corte ha gia’ piu’ volte affermato che, in tema di leasing traslativo, la clausola contrattuale che pone a carico dell’utilizzatore il rischio per la perdita del bene oggetto del contratto non ha carattere vessatorio, poiche’ si limita a regolare la responsabilita’ per la perdita del bene in conformita’ della disciplina legale desumibile – in via analogica – dall’articolo 1523 c.c. sulla vendita a rate con riserva della proprieta’ (Cass. 14/10/2011, n. 21301; 03/05/2002, n. 6369; 11/02/1997 n. 1266).

Ponendosi dunque la censura in palese contrasto con principio giurisprudenziale consolidato, se ne puo’ predicare l’inammissibilita’ ai sensi dell’articolo 360-bis n. 1 c.p.c..

5. Per analoghe considerazioni deve considerarsi altresi’ inammissibile il secondo motivo di ricorso.

Le clausole, come detto, tendono evidentemente (solo) ad una allocazione del rischio da perdita del bene a carico dell’utilizzatore per fatto ad esso non imputabile e, in tali termini, non presuppongono affatto l’inadempimento dell’utilizzatore, ne’ hanno funzione risarcitoria.

Proprio per tale motivo e’, a monte, da escludere che in esse possano effettivamente individuarsi i caratteri di una clausola penale.

Connotato essenziale della clausola penale e’ infatti la sua connessione con l’inadempimento colpevole di una delle parti e pertanto essa non e’ configurabile allorche’ sia collegata all’avverarsi di un fatto fortuito o, comunque, non imputabile alla parte obbligata.

Una siffatta pattuizione costituisce una condizione o clausola atipica che puo’ essere introdotta dall’autonomia contrattuale delle parti, ma resta inidonea a produrre gli effetti specifici stabiliti dal legislatore per la clausola penale (Cass. n. 4603 del 02/08/1984, che, sulla scorta del principio enunciato, ha reputato non costituire clausola penale la pattuizione, inserita in un contratto di appalto, in forza della quale la ditta appaltatrice avrebbe potuto riscuotere immediatamente – anziche’ quarantacinque giorni dopo la consegna dell’opera (come stabilito in contratto) – il prezzo concernente la parte dei lavori eseguiti ed il costo dei materiali a pie’ d’opera, qualora i lavori stessi avessero subito un ritardo superiore a trenta giorni per causa non imputabile all’appaltatrice o per causa di forza maggiore; v. anche Cass. 10/05/2012, n. 7180; 30/01/1995, n. 1097).

6. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

Segue la condanna della ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese processuali, liquidate come da dispositivo.

Nessun provvedimento e’ invece da adottare in ordine al regolamento delle spese processuali tra la ricorrente e l’interveniente (OMISSIS) S.p.a., atteso che:

a) da un lato, l’intervento di quest’ultima deve considerarsi inammissibile: il successore a titolo particolare nel diritto controverso puo’, infatti, tempestivamente impugnare per cassazione la sentenza di merito, ma non anche intervenire nel giudizio di legittimita’, mancando una espressa previsione normativa, riguardante la disciplina di quell’autonoma fase processuale, che consenta al terzo la partecipazione a quel giudizio con facolta’ di esplicare difese, assumendo una veste atipica rispetto alle parti necessarie, che sono quelle che hanno partecipato al giudizio di merito (Cass. Sez. U. 18/11/2016, n. 23466, punto 1; Cass. 27/11/2018, n. 30625; 23/03/2016, n. 5759; Cass. 30/05/2014, n. 12179; Cass. 07/04/2011, n. 7986; Cass., 11/05/2010, n. 11375; Cass. 04/05/2007, n. 10215);

b) dall’altro l’atto di intervento non risulta notificato alla ricorrente e comunque quest’ultima non ha svolto difese ulteriori e diverse specificamente ad esso riferite.

Ricorrono le condizioni di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17, per l’applicazione del raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimita’, che liquida in Euro 4.000 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del citato articolo 13, comma 1-bis.

Laureato nell’anno accademico 2012/2013 all’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in diritto bancario intitolata “Le nuove garanzie bancarie”. Sono iscritto all’ordine degli avvocati di Torre Annunziata, dal maggio del 2013, immediatamente dopo aver conseguito la laurea ed ho superato l’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense nel novembre del 2015. Ho inoltre seguito il 1° Corso per curatore fallimentare e commissario giudiziale tenuto dal consiglio dell’ordine degli avvocati di Torre Annunziata nel 2016. La sede principale della mia attività professionale è in Sorrento, ma esercito la professione di avvocato su tutto il territorio italiano

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