Home Contratti Assicurazione sulla vita a favore del terzo designazione del beneficiario

Assicurazione sulla vita a favore del terzo designazione del beneficiario

-

I Più Letti

Avvocato

Avvocato pagamento compenso ricorso ex art. 702 bis c.p.c.

0
per ottenere il pagamento del proprio compenso, il legale potrà proporre ricorso ex art. 702 bis c.p.c. (che dà luogo ad un procedimento sommario...

La stipula di un’assicurazione sulla vita a favore del terzo, ex articolo 1920 c.c., priva il patrimonio del contraente del credito futuro di indennizzo. Se, pertanto, la designazione del beneficiario sia compiuta da persona in stato di incapacita’ naturale, il pregiudizio per il patrimonio di questa e’ in re ipsa ed il negozio di designazione annullabile, salvo che nel caso specifico possa ritenersi il suddetto pregiudizio non grave.
Nell’assicurazione sulla vita la designazione quale terzo beneficiario di persona non legata al designante da alcun vincolo di mantenimento o dipendenza economica deve presumersi, fino a prova contraria, compiuta a titolo di liberalita’, e costituisce una donazione indiretta. Ne consegue che e’ ad essa applicabile l’articolo 775 c.c., e se compiuta da un incapace naturale e’ annullabile a prescindere dal pregiudizio che quest’ultimo possa averne risentito.

 

Per ulteriori approfondimenti in merito al contratto di assicurazione si cosiglia la lettura dei seguenti articoli:

Il contratto di assicurazione principi generali

L’assicurazione contro i danni e l’assicurazione per la responsabilità civile.

L’assicurazione sulla vita (c.d. Polizza vita)

Corte di Cassazione, Sezione 3 civile Sentenza 16 aprile 2015, n. 7683

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RUSSO Libertino Alberto – Presidente

Dott. SPIRITO Angelo – Consigliere

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15443/2011 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del controricorso;

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale in calce al controricorso;

(OMISSIS) SPA (OMISSIS), (gia’ denominata (OMISSIS) SPA), in persona del legale rappresentante dottor (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrenti –

e contro

(OMISSIS) SCARL;

– intimati –

Nonche’ da:

(OMISSIS), in persona del suo procuratore avv. (OMISSIS), il quale agisce in rappresentanza e quindi in nome e per conto della (OMISSIS) SPA, in persona del Presidente del Consiglio di Amministrazione e legale rappresentante Dott. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del controricorso e ricorso incidentale condizionato;

– ricorrente incidentale –

contro

(OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) SPA (OMISSIS), (OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) (OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 75/2011 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE, depositata il 14/02/2011, R.G.N. 234/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 03/12/2014 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito l’avvocato (OMISSIS); udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CARESTIA Antonietta, che ha concluso per l’accoglimento del 2 e 5 motivo p.q.r. assorbito il ricorso incidentale.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Nel 2005 (OMISSIS) convenne dinanzi al Tribunale di Pordenone:

(a) (OMISSIS);

(b) (OMISSIS);

(c) la societa’ (OMISSIS) a r.l. (che in seguito, per effetto di successive fusioni e incorporazioni, mutera’ ragione sociale in ” (OMISSIS)”, come indicato dalla controricorrente nella memoria ex articolo 378 c.p.c.; d’ora innanzi, per brevita’, “il Banco”); (d) la societa’ (OMISSIS) s.p.a. (d’ora innanzi, per brevita’, “la (OMISSIS)”).

2. Nell’atto introduttivo del giudizio l’attrice espose che:

(-) era la sorella ed unica erede di (OMISSIS), deceduto a (OMISSIS);

(-) pochi mesi prima di morire, l’8.7.2002, (OMISSIS) stipulo’ con la PV una assicurazione sulla vita propria, a contenuto finanziario (c.d. index tinked); tale polizza prevedeva che nel caso di premorienza di (OMISSIS) l’indennizzo sarebbe andato a beneficio di (OMISSIS);

(-) la polizza venne stipulata nei locali della filiale di (OMISSIS), ed il consenso di (OMISSIS) venne materialmente raccolto da un dipendente del Banco, (OMISSIS);

(-) al momento della stipula del suddetto contratto assicurativo (OMISSIS) era incapace di intendere e di volere, e profittando della sua incapacita’ naturale (OMISSIS) e (OMISSIS) l’avevano indotto a stipulare la polizza a beneficio di quest’ultima.

Chiedeva pertanto l’annullamento della polizza ex 428 c.c., e la restituzione del capitale versato ad essa attrice, quale unica erede di (OMISSIS).

3. Tutti i convenuti si costituirono chiedendo il rigetto della domanda.

Il Tribunale di Pordenone con sentenza 13.1.2009 n. 27 ritenne che il contratto di assicurazione sulla vita stipulato da (OMISSIS) costituisse il frutto di una autentica circonvenzione di incapace. Di conseguenza lo annullo’ e condanno’ tutti i convenuti in solido al risarcimento del danno in favore di (OMISSIS), quantificato in euro 40.000.

4. La sentenza venne appellata da tutti i soccombenti.

La Corte d’appello di Trieste, con sentenza 14.2.2011 n. 75, riformo’ la sentenza di primo grado e rigetto’ la domanda proposta da (OMISSIS).

Per quanto in questa sede ancora rileva, la Corte d’appello ritenne che:

(a) l’attrice (OMISSIS) avesse proposto solo una domanda di annullamento, non di risarcimento del danno; di conseguenza, tutti coloro che non erano stati parti del contratto di assicurazione (il Banco, (OMISSIS), (OMISSIS)), non erano legittimati passivi rispetto alla domanda;

(b) nel merito, non vi era prova dell’incapacita’ naturale di (OMISSIS) al momento della stipula; il contratto non era stato dannoso (perche’ prevedeva un rendimento analogo a quello di altri strumenti finanziari); ne’ costituiva un “danno” per il contraente d’una assicurazione sulla vita designare quale beneficiario (OMISSIS) invece che la propria sorella; infine non vi era prova della mala fede della (OMISSIS) o dei suoi incaricati.

5. La sentenza d’appello e’ stata impugnata da (OMISSIS) sulla base di cinque motivi.

Hanno resistito con controricorso (OMISSIS), (OMISSIS), il Banco e la (OMISSIS); quest’ultima ha altresi’ proposto ricorso incidentale condizionato.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso.

1.1. Col primo motivo di ricorso la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta da una violazione di legge, ai sensi all’articolo 360 c.p.c., n. 3. Si assume violato l’articolo 112 c.p.c..

Espone, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere mai proposta alcuna domanda di risarcimento del danno. In realta’ essa doveva ritenersi “implicita o virtuale” nel fatto stesso che fossero state citate in giudizio persone diverse dalla controparte contrattuale di (OMISSIS): citazione in giudizio che non poteva spiegarsi se non con l’intento di invocarne la responsabilita’ aquiliana.

1.2. Deve rilevarsi, prima di esaminare la fondatezza o meno del primo motivo di ricorso, che la violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato (articolo 112 c.p.c.) e’ causa di nullita’ della sentenza, e la nullita’ della sentenza e’ un vizio rientrante nella previsione di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 4, non nella previsione di cui al n. 3 della stessa norma. Nel caso di specie, la ricorrente ha denunciato come violazione di legge un vizio consistente in una nullita’ della sentenza.

Questo errore di qualificazione tuttavia non comporta, nel presente caso, l’inammissibilita’ del ricorso.

Infatti, nel caso in cui il ricorrente incorra nel c.d. “vizio di sussunzione” (e cioe’ erri nell’inquadrare l’errore commesso dal giudice di merito in una delle cinque categorie previste dall’articolo 360 c.p.c.), le Sezioni Unite di questa Corte hanno stabilito che il ricorso non possa per questa sola ragione essere dichiarato inammissibile, quando dal complesso della motivazione adottata dal ricorrente sia chiaramente individuabile l’errore di cui egli si duole. Depongono in tal senso sia il generale principio di validita’ degli atti processuali idonei al conseguimento dello scopo (articolo 156 c.p.c.); sia il generale principio jura novit curia, in virtu’ del quale e’ compito del giudice individuare la norma applicabile alla fattispecie (anche processuale), a nulla rilevando l’eventuale erronea indicazione compiuta dalla parte; sia, soprattutto, i principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte, le quali -componendo i precedenti contrasti – hanno stabilito che l’erronea indicazione del motivo di ricorso resta ininfluente, quando la motivazione del ricorso contenga comunque un “inequivoco riferimento” al vizio di cui la parte intende effettivamente dolersi (Sez. U, Sentenza n. 17931 del 24/07/2013).

Nel caso di specie, nonostante il ricorso qualifichi formalmente il primo motivo come “violazione di legge” (cosi’ il ricorso, p. 7), nell’illustrazione del motivo e’ chiaramente posta ed illustrata la questione della insussistenza del vizio di extrapetizione ritenuto invece esistente dal giudice d’appello.

L’errore della ricorrente e’ stato quindi soltanto formale, e non impedisce l’esame del primo motivo di ricorso.

1.3. Nel merito, il primo motivo di ricorso e’ fondato.

Costituisce principio pacifico, risalente ed unanime nella giurisprudenza di questa Corte, affermato dalle Sezioni Unite sin dal 1972, quello secondo cui per interpretare correttamente la domanda il giudice deve ricostruire la volonta’ della parte in base non solo alla formulazione letterale delle conclusioni, ma anche all’intero complesso dell’atto di citazione ed ai motivi di esso, “considerando la sostanza della pretesa” e senza limitarsi al tenore letterale delle conclusioni, alla successione topografica o alla eventuale numerazione di esse: col solo limite del rispetto del principio della corrispondenza della pronunzia alla richiesta e del divieto di sostituire d’ufficio una diversa azione a quella formalmente proposta (cosi’ gia’ Sez. U, Sentenza n. 729 del 13/03/1972, Rv. 356870; in seguito, nello stesso senso, Sez. 2, Sentenza n. 18653 del 16/09/2004, Rv. 577133; Sez. 3, L Sentenza n. 2922 del 04/04/1997, Rv. 503483; Sez. 3, Sentenza n. 969 del 07/02/1996, Rv. 495751; Sez. 1, Sentenza n. 4470 del 19/10/1977, Rv. 388079).

1.4. Puo’ accadere, ovviamente, che l’atto di citazione sia oscuro, ovvero ambiguo, od ancora contraddittorio.

In simili casi il giudice di merito non puo’ ignorare tali anomalie della citazione, e procedere nell’istruzione della causa come se niente fosse.

Il nostro ordinamento processuale e’ infatti concepito in modo da favorire nel piu’ alto grado possibile una pronuncia piena sul merito, rispetto a decisioni in rito che dichiarino inammissibili od improcedibili le domande.

A tale scopo, il codice di procedura attribuisce al giudice di merito il preciso dovere di correggere sin da subito le mende della citazione, proprio per evitare questioni e contrasti circa l’esatto perimetro delle domande formulate.

Per conseguire questo scopo il giudice puo’:

(a) dichiarare la nullita’ della citazione se sia incerta o manchi l’indicazione dell’oggetto della domanda, con fissazione del termine per la sanatoria (articolo 164 c.p.c.);

(b) chiedere chiarimenti alle parti (articolo 183 c.p.c., comma 3, nel testo vigente ratione temporis al presente giudizio; attualmente la suddetta previsione compare nel comma 4 della stessa norma).

Ove il giudice di merito non si avvalga di tali previsioni, nella sentenza conclusiva del giudizio avra’ il grave dovere di interpretare esaustivamente e correttamente l’atto di citazione, e spiegare per quali ragioni abbia ritenuto proposta o non proposta una certa domanda. Non potra’, invece, dichiarare tout court “non proposta” una domanda che sia soltanto formulata in modo non corretto, incerto o circonvoluto, quando lui stesso non abbia chiesto alle parti di sciogliere l’ambiguita’.

1.5. Nel caso di specie, non v’e’ dubbio che l’atto di citazione introduttivo del giudizio di primo grado non fosse certo un modello di chiarezza e di coerenza con i precetti dell’articolo 163 c.p.c..

Nondimeno quella citazione, pur nella sua superficialita’, conteneva due indicazioni precise:

(-) da un lato, ha prospettato che (OMISSIS) fu vittima d’una dolosa induzione a contrarre, ed ha allegato che autori di essa furono (OMISSIS) e (OMISSIS), che “agi’ quale dipendente del Banco” (cosi’ la citazione, pag. 4, punto 16);

(-) dall’altro chiese “la condanna di tutti i convenuti in solido” al pagamento in favore dell’attrice della somma impiegata da (OMISSIS) per stipulare l’assicurazione sulla vita, “maggiorata della rivalutazione monetaria”.

1.6. Or bene, la richiesta di condanna alla restituzione del premio assicurativo formulata nei confronti di (OMISSIS), (OMISSIS) e del Banco era del tutto incompatibile con la domanda di annullamento del contratto di assicurazione, dal momento che quei tre soggetti non ne furono parti.

Allo stesso modo, la domanda di condanna al pagamento d’una somma “maggiorata della rivalutazione” era del tutto incompatibile con la domanda di restituzione del premio scaturente dall’annullamento. La restituzione dell’indebito costituisce infatti oggetto d’una obbligazione di valuta, per la quale vige il principio nominalistico (articolo 1277 c.c., comma 1), ed il conseguente divieto di rivalutazione, salvo che quest’ultima non venga invocata quale “maggior danno” ex articolo 1224 c.c., comma 2.

Infine, l’attrice aveva prospettato in fatto una dolosa induzione a contrarre in danno di (OMISSIS), commessa dai sigg.ri (OMISSIS) e (OMISSIS) (pag. 4, punto 16, dell’atto di citazione): ed e’ pacifico che il dolo determinante proveniente non dalla controparte contrattuale, ma da un terzo, fa sorgere a carico di quest’ultimo una responsabilita’ aquiliana nei confronti del deceptus ed ovviamente dei suoi aventi causa (Sez. 3, Sentenza n. 5659 del 09/06/1998, Rv. 516219, in motivazione).

1.7. Nonostante la suddetta ambiguita’ della citazione, nessuna delle parti risulta avere mai sollevato eccezioni di nullita’ ai sensi dell’articolo 164 c.p.c., per incompatibilita’ tra causa petendi (azione di annullamento) e petitum (condanna in solido di parti estranee al contratto); ne’ tale nullita’ fu mai rilevata dal Tribunale; e tanto meno la questione della nullita’ della citazione fu mai proposta in appello.

Ed in ogni caso, quel che unicamente rileva in questa sede, nessuna delle parti intimate nel presente giudizio ha mai indicato nei rispettivi controricorsi quando ed in che termini sia stata sollevata la questione della nullita’ dell’atto di citazione.

1.8. Dinanzi ad un atto di citazione cosi’ concepito, ad una difesa dei convenuti come sopra descritta, ed alla luce dei principi esposti supra, pp.1.3 e 1.4, la Corte d’appello non poteva ritenere mai proposta una domanda di condanna a titolo di responsabilita’ extracontrattuale nei confronti di (OMISSIS), (OMISSIS) e del Banco.

Questa statuizione infatti non ha tenuto conto che l’atto di citazione conteneva l’allegazione d’una condotta dolosa preordinata ad indurre (OMISSIS) alla stipula d’un contratto, e chiedeva la condanna “in solido” di tutti i convenuti. Quella allegazione in facto, e quella richiesta in iure, impedivano di ritenere “mai formulata” una domanda di condanna ex articolo 2043 c.c., come invece ha fatto la Corte d’appello. Avrebbe potuto e probabilmente dovuto il giudice di primo grado sciogliere le ambiguita’ dell’atto di citazione, chiedendo chiarimenti all’attrice (articolo 183 c.p.c.) o dichiarando tout court la nullita’ della citazione, fissando un termine per formularla in modo piu’ chiaro (articolo 164 c.p.c.). Ma non avendolo fatto, diventava per cio’ solo impossibile per la Corte d’appello ritenere non invocata la colpa aquiliana dei convenuti:

– sia perche’ il fatto costitutivo della responsabilita’ era stato allegato (la dolosa induzione a contrattare);

– sia perche’ una domanda di condanna nei confronti delle parti diverse dall’assicuratore era comunque esistente;

– sia perche’ le parti convenute si erano difese tutte anche nel merito della domanda di condanna (rispettivamente esponendo le ragioni per le quali non poteva sussistere una propria responsabilita’).

Per quanto detto, infatti, il giudice di merito non puo’ sbarazzarsi del problema posto da una domanda formulata in termini ambigui, semplicemente ritenendola non proposta. Egli ha il preciso dovere di richiedere alle parti gli opportuni chiarimenti, e se del caso imporglieli ai sensi dell’articolo 164 c.p.c.. Ove cio’ non faccia, dovra’ comunque interpretare e qualificare la domanda ambiguamente formulata, ma giammai ritenerla mai proposta.

Il primo motivo di ricorso deve dunque essere accolto in virtu’ del seguente principio di diritto:

Se l’atto di citazione contiene una domanda formulata in termini ambigui, il giudice di merito ha il dovere di chiedere alle parti i necessari chiarimenti ex articolo 183 c.p.c., comma 4, ovvero imporglieli, ex articolo 164 c.p.c.. Se cio’ non faccia, il giudice nella sentenza conclusiva del giudizio avra’ l’onere di attribuire alla domanda ambiguamente formulata un preciso significato, interpretandola e qualificandola alla luce del complessivo tenore detratto di citazione, ma non potra’ giammai ritenerla “non proposta”, per non incorrere nel vizio di infrapetizione.

2. Il secondo motivo di ricorso.

2.1. Col secondo motivo di ricorso la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta da una violazione di legge, ai sensi all’articolo 360 c.p.c., n. 3.

Si assume violato l’articolo 428 c.c..

Nella illustrazione del motivo la ricorrente, dopo una lunga parte dedicata a spiegare per quali ragioni (OMISSIS) fosse effettivamente incapace naturale al momento della sottoscrizione (pp. 12-17; in tale parte si giunge a chiedere alla Corte di disporre una consulenza tecnica d’ufficio: p. 16), la ricorrente si diffonde ad illustrare per quale ragione la polizza fosse pregiudizievole per (OMISSIS) (pp. 18-23); per quali ragioni in ogni caso l’elemento del pregiudizio nella specie non era necessario ai fini dell’annullamento del contratto (pag. 19), ed infine a spiegare quali prove dimostrassero la malafede di (OMISSIS) e (OMISSIS) (pp. 24-26).

2.2. Il motivo e’ solo in parte fondato.

Nella parte in cui lamenta la erronea valutazione delle prove sullo stato d’incapacita’ naturale di (OMISSIS), oppure sulla sussistenza del pregiudizio patrimoniale, od ancora sulla sussistenza della malafede dei convenuti, il motivo e’ inammissibile in quanto con esso non si prospetta alcun vizio applicativo od interpretativo dell’articolo 428 c.c., ma si censura piuttosto la valutazione delle prove sul piano motivazionale. In questa parte, inoltre, il motivo in esame e’ integralmente duplicativo, alta lettera, delle doglianze proposte dalla ricorrente col quinto motivo di ricorso, con cui si prospetta il vizio di motivazione.

2.3. Il motivo e’ invece fondato nella parte in cui lamenta che la sentenza d’appello ha violato l’articolo 428 c.c., nella parte in cui ha escluso in modo assoluto che rispetto alla domanda di annullamento avesse rilievo il requisito del pregiudizio patrimoniale per l’incapace.

La fondatezza del motivo discende da ragioni giuridiche diverse da quelle invocate dalla ricorrente, ma tale circostanza non e’ ostativa all’accoglimento del ricorso, noto essendo che in virtu’ del principio jura novit curia “le denunzie di violazione di legge proposte all’esame della Corte di Cassazione non costituiscono un limite che le impedisca di procedere ad accertamenti anche al di fuori delle censure proposte, purche’ con riferimento all’atto oggetto della denuncia” (cosi’ Sez. L, Sentenza n. 1741 del 17/03/1982, Rv. 419584; per l’affermazione di principi analoghi si vedano anche Sez. L, Sentenza n. 14421 del 21/12/1999, Rv. 532446, e Sez. 3, Sentenza n. 1520 del 17/09/1970, Rv. 347372).

2.4. Venendo dunque all’esame del merito del secondo motivo di ricorso, si rileva come la Corte d’appello abbia esaminato la domanda di annullamento distinguendo due atti:

(a) il contratto di assicurazione sulla vita stipulato da (OMISSIS) con la (OMISSIS);

(b) la designazione compiuta da (OMISSIS), nell’ambito di tale contratto, di (OMISSIS) quale beneficiaria dell’indennizzo nel caso di premorienza dello stipulante, sulla cui vita la polizza era stata contratta (c.d. “portatore di rischio”).

2.4.1. Con riguardo al contratto di assicurazione, la Corte d’appello ha correttamente ritenuto che ai fini dell’accoglimento della domanda di annullamento fosse necessario accertare solo la malafede della controparte, non il pregiudizio al patrimonio dell’incapace, ai sensi dell’articolo 428 c.c., comma 2.

2.4.2. Con riguardo al negozio unilaterale di designazione di (OMISSIS) quale beneficiaria del diritto all’indennizzo, ex articolo 1920 c.c., comma 2, la Corte d’appello ha invece ritenuto:

– che la designazione fosse un negozio unilaterale, come tale soggetto alla disciplina di cui all’articolo 428 c.c., comma 1;

– che per il suo annullamento fosse dunque necessario l’accertamento del “grave pregiudizio” dell’incapace;

– che nel caso di specie il designante (OMISSIS) non poteva “per definizione” ricevere dalla designazione del beneficiario alcun pregiudizio, perche’ la designazione avrebbe avuto effetto solo in caso di morte del designante (cosi’ la sentenza d’appello, p. 21).

2.5. L’affermazione compiuta dalla Corte d’appello di Trieste, ed appena riassunta al p. che precede, e’ erronea in diritto, per due diverse ed indipendenti ragioni.

2.5.1. La prima ragione e’ che la designazione d’un terzo beneficiario nell’assicurazione sulla vita costituisce di per se’ un impoverimento del contraente, a nulla rilevando che essa produrra’ effetti solo al momento della morte del contraente.

L’articolo 428 c.c. attribuisce infatti il diritto di domandare l’annullamento del contratto anche agli “eredi ed aventi causa” dell’incapace.

Ora, l’erede dell’incapace non patisce alcun pregiudizio diretto per effetto, della stipula del contratto annullabile da parte del proprio dante causa, ma eredita un patrimonio pregiudicato nella sua consistenza.

Cio’ vuoi dire che per il legislatore il pregiudizio di cui e’ menzione nel primo comma dell’articolo 428 c.c., va riferito al patrimonio dell’incapace, non alla sua persona.

Si avra’ dunque “pregiudizio” ex articolo 428 c.c., comma 1, quando il patrimonio dell’incapace si riduca in potenza od anche solo in atto, a nulla rilevando che gli effetti dell’impoverimento siano destinati ad essere risentiti dall’incapace piuttosto che dai suoi successori.

Cio’ e’ quanto si verifica nel caso dell’assicurazione sulla vita a favore del terzo: in mancanza di designazione, infatti, l’indennizzo andrebbe a favore del contraente (nel caso di assicurazione per il caso di vita) o dei suoi successori (nel caso di assicurazione per il caso di morte), la’ dove per effetto della designazione del terzo beneficiario il credito avente ad oggetto il futuro indennizzo esce dal patrimonio dal contraente.

La designazione, dunque, fa uscire dai patrimonio del contraente il credito futuro di indennizzo, e la perdita di un credito costituisce indubitabilmente un “impoverimento”.

2.5.2. Vi e’ poi, come accennato, una seconda ed indipendente ragione per la quale va dichiarata erronea in iure l’affermazione della Corte d’appello di Trieste, secondo cui la designazione del beneficiario nell’assicurazione sulla vita non arreca pregiudizio al patrimonio del contraente incapace, e quindi non e’ annullabile ex articolo 428 c.c.: ed e’ che nel caso di specie l’annullamento dell’atto di designazione non richiedeva affatto l’accertamento del “grave pregiudizio” per il contraente.

L’assicurazione sulla vita a favore del terzo (articolo 1920 c.c.) e’ infatti un contratto che puo’ assolvere a molteplici finalita’ concrete: dalla garanzia alla previdenza, alla liberalita’.

Il suo scopo pratico piu’ frequente e’ quello di previdenza, quando siano indicati come beneficiari persone che vivono del lavoro del contraente (ad es., assicurazione sulla vita stipulata dal coniuge lavoratore, a favore dell’altro coniuge non lavoratore ed a carico del primo). Quando invece i beneficiari siano persone che non ricevono sostentamento dal contraente, lo scopo pratico piu’ frequentemente avuto di mira dal contraente, e che deve presumersi ex articolo 2727 c.c., e’ la liberalita’. In tal caso l’assicurazione sulla vita costituisce una donazione indiretta di cui all’articolo 809 c.c., rispetto alla quale il donatum e’ rappresentato dai premi pagati, non dall’indennizzo. L’indennizzo infatti non e’ dovuto dall’assicuratore al beneficiario a titolo gratuito, ma a titolo oneroso a fronte del premio pagato. E’ il pagamento del premio, effettuato per beneficiare un terzo, che costituisce pertanto il c.d. “negozio-mezzo” (l’assicurazione) utilizzato per conseguire gli effetti del “negozio-fine” (la donazione). Alle donazioni indirette non si applicano le norme sulla forma della donazione, ma si applicano per analogia le altre norme che disciplinano il contenuto dell’atto di liberalita’ ed i suoi effetti, con i limiti di cui all’articolo 809 c.c., in tema di revocazione.

Tra tali norme deve includersi l’articolo 775 c.c., il quale sancisce l’annullabilita’ della donazione fatta dall’incapace, su istanza di questi, dei suoi eredi o aventi causa: ed a prescindere sia da qualsiasi pregiudizio al patrimonio del donante, sia da qualsiasi stato soggettivo di buona o mala fede del donatario.

Nel caso di specie, la Corte d’appello ha percio’ errato nel pretendere, per accogliere l’azione di annullamento dell’atto di designazione, e nel ritenerla insussistente: sia perche’ il pregiudizio era in re ipsa, sia perche’ in assenza di qualsiasi prova contraria la designazione doveva ritenersi compiuta donandi causa, e la donazione indiretta compiuta dall’incapace e’ annullabile a prescindere dal pregiudizio che il donante ne abbia risentito.

2.6. Anche su questo punto la sentenza va dunque cassata con rinvio alla Corte d’appello di Trieste, la quale nel riesaminare la domanda di annullamento si atterra’ ai seguenti principi di diritto:

(A) La stipula di un’assicurazione sulla vita a favore del terzo, ex articolo 1920 c.c., priva il patrimonio del contraente del credito futuro di indennizzo. Se, pertanto, la designazione del beneficiario sia compiuta da persona in stato di incapacita’ naturale, il pregiudizio per il patrimonio di questa e’ in re ipsa ed il negozio di designazione annullabile, salvo che nel caso specifico possa ritenersi il suddetto pregiudizio non grave.

(B) Nell’assicurazione sulla vita la designazione quale terzo beneficiario di persona non legata al designante da alcun vincolo di mantenimento o dipendenza economica deve presumersi, fino a prova contraria, compiuta a titolo di liberalita’, e costituisce una donazione indiretta. Ne consegue che e’ ad essa applicabile l’articolo 775 c.c., e se compiuta da un incapace naturale e’ annullabile a prescindere dal pregiudizio che quest’ultimo possa averne risentito.

3. Il terzo motivo di ricorso.

3.1. Col terzo motivo di ricorso la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta da una violazione di legge, ai sensi all’articolo 360 c.p.c., n. 3.

Si assumono violati “i principi di diritto in tema di legittimazione passiva”.

3.2. Nella illustrazione del motivo, la ricorrente assume in sostanza che la sentenza d’appello sarebbe erronea nella parte in cui ha escluso la legittimazione sostanziale di (OMISSIS) e del Banco rispetto alla domanda di annullamento del contratto di assicurazione, del quale nessuno dei due fu parte.

Per censurare questa statuizione, la ricorrente non ricorre ad altra motivazione che la trascrizione integrale di una parte della sentenza di primo grado (pp. 29-32 del ricorso). In quella parte della sentenza del Tribunale si affermava il principio secondo cui, essendo il Banco legato alla societa’ assicuratrice (OMISSIS) da un “accordo di distribuzione” di polizze assicurative, ciascuno dei due dovesse rispondere dell’operato di (OMISSIS), dipendente del Banco.

3.2. Il motivo resta assorbito dall’accoglimento del primo motivo di ricorso. Infatti, una volta ammesso che nel presente giudizio sia stata formulata una domanda di risarcimento del danno nei confronti di tutti i convenuti, spettera’ al giudice di rinvio accertare in concreto per quanti di costoro siano dimostrati in concreto gli elementi della responsabilita’ aquiliana, ed a quale titolo (per fatto proprio ovvero per fatto altrui, ex articolo 2049 c.c.).

4. Il quarto motivo di ricorso.

4.1. Col quarto motivo di ricorso la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta da una violazione di legge, ai sensi all’articolo 360 c.p.c., n. 3.

Si assume violato l’articolo 51 c.p.c..

Espone la ricorrente, al riguardo, che il presidente della Corte d’appello di Trieste rigetto’ l’istanza di astensione formulata dal giudice relatore, e motivata col fatto che era cliente della (OMISSIS) e conosceva personalmente il convenuto (OMISSIS). Tale decisione fu tuttavia secondo la ricorrente erronea, perche’ erano in realta’ sussistenti i presupposti di cui all’articolo 51 c.p.c., nn. 1 o 2.

4.2. Il motivo e’ manifestamente inammissibile: Il provvedimento presidenziale di accoglimento o diniego dell’istanza di astensione non e’ di per se’ impugnabile, ne’ riverbera effetti sula validita’ del processo. La parte che ne contesti la fondatezza avrebbe dovuto percio’ proporre, se del caso, istanza di ricusazione, che nella specie non fu mai proposta.

5. Il quinto motivo di ricorso.

5.1. Col quinto motivo di ricorso la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe incorsa in un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5.

Espone, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe:

(a) malamente motivato la propria decisione di ritenere mai formulata la domanda di condanna per colpa aquiliana i convenuti;

(b) malamente motivato la propria decisione di negare la legittimazione (sostanziale) passiva della (OMISSIS) e del Banco;

(c) malamente motivato la propria decisione di ritenere insufficiente la prova che (OMISSIS), al momento della stipula, fosse incapace di intendere e di volere;

(d) malamente motivato la propria decisione di escludere che la stipula dell’assicurazione arrecasse un grave pregiudizio al patrimonio di (OMISSIS);

(e) malamente motivato la propria decisione di escludere la malafede di (OMISSIS) e (OMISSIS).

5.2. Le questioni sub (a), (b) e (d) restano assorbite dall’accoglimento del primo e del secondo motivo di ricorso.

Resta dunque da esaminare se siano fondate le censure con le quali la ricorrente lamenta che la Corte d’appello abbia insufficientemente motivato la propria decisione di ritenere non provata l’incapacita’ naturale di (OMISSIS) e la malafede dei convenuti (OMISSIS) e (OMISSIS).

Esse lo sono.

5.3. Per quanto riguarda l’incapacita’ naturale di (OMISSIS) alla data dell’8.7.2002 (giorno di stipula della polizza assicurativa), la Corte d’appello l’ha esclusa sulla base di quattro argomentazioni, cosi’ riassumibili (pp. 19-21 della sentenza impugnata):

(a) (OMISSIS) aveva patito un ictus pochi giorni prima della stipula, ma al momento delle dimissioni gli era stata prescritta solo una terapia farmacologica;

(b) un mese dopo la stipula (OMISSIS) era caduto dalla bicicletta, e se poteva andare in bicicletta cio’ significa che aveva “autonomia motoria”;

(c) la deposizione della testimone (OMISSIS), che ha riferito dello stato di obnubilamento di (OMISSIS) al momento della stipula della polizza, era inattendibile perche’ “inficiata dai rilievi svolti in sede di gravame” dal Banco;

(d) il quadro delle altre prove raccolte era “assolutamente variegato”, in quanto accanto a deposizioni testimoniali favorevoli all’accoglimento della tesi attorea, comparivano deposizioni escludevano l’incapacita’ di intendere e volere di (OMISSIS) nel luglio del 2002.

5.4. Ciascuna di queste quattro affermazioni e’ logicamente viziata: sia in se’, sia in relazione alle altre.

5.4.1. La prima affermazione (” (OMISSIS) era stato dimesso dopo l’ictus senza altre prescrizioni che la terapia farmacologica”) e’ in se’ illogica, e travisa i documenti raccolti nel corso dell’istruttoria.

E’ illogica perche’ anche ad una persona incapace di intendere e di volere possono essere prescritte cure unicamente farmacologiche; in ogni caso travisa i fatti di causa perche’ esamina in modo incompleto la fonte di prova su cui ha fondato la suddetta affermazione, e cioe’ la cartella clinica relativa al ricovero del 18.6.2002. Nella “anamnesi” della suddetta cartella si legge infatti non solo che il paziente arrivo in ospedale in stato di “confusione mentale”, ma anche che “i parenti riferiscono che il paziente non e’ una persona attendibile”, e che “lo stato di confusione mentale e’ piu’ accentuato”. La Corte d’appello dunque ha inammissibilmente sezionato questa prova documentale, esaminandone una parte a trascurando l’altra.

5.4.2. La seconda affermazione (“un mese dopo la stipula (OMISSIS) era caduto dalla bicicletta, e se poteva andare in bicicletta cio’ significa che aveva autonomia motoria”) e’ ancora piu’ illogica della prima. L'”autonomia motoria” non implica affatto la capacita’ di intendere e di volere: anche un decatleta potrebbe non essere compos sui, cosi’ come un tetraplegico ben potrebbe essere mentalmente lucidissimo.

5.4.3. La terza e la quarta affermazione della Corte d’appello (ovvero il rilievo d’un contrasto tra le varie prove raccolte) possono essere esaminate congiuntamente, perche’ infirmate dallo stesso vizio.

La Corte d’appello infatti, rilevata la contrarieta’ tra alcune delle prove dedotte dall’attrice, e alcune delle prove dedotte dai convenuti, ha concluso che le prime non dimostrassero l’incapacita’ naturale di (OMISSIS) al momento della stipula del contratto.

Cosi’ facendo, tuttavia, la Corte d’appello ha violato il tradizionale e risalente principio secondo cui il giudice di merito, dinanzi a prove contrastanti, ha l’onere di indicare per quali ragioni ne ritenga attendibili alcune, e non attendibili altre.

Non puo’, per contro, il giudice di merito ritenere inattendibile una prova sol perche’ contrastata da altre.

Cosi’, dinanzi a due deposizioni testimoniali antitetiche, la circostanza che il medesimo fatto sia affermato dal testimone “Primo” e negato dal testimone “Secondo” non sarebbe certo bastevole a ritenere quel fatto indimostrato.

Sara’, per contro, onere e dovere del giudice esaminare analiticamente le due deposizioni, per stabilire a quale dare credito, e perche’.

Nel caso di specie, per contro, la Corte d’appello dopo avere constatato che le deposizioni d’una testimone erano contrastate da altre emergenze processuali, e dopo avere rilevato che il quadro probatorio era “variegato”, ha concluso nel dichiarare non provato il fatto costitutivo della pretesa: il che costituisce un caso di scuola di motivazione illogica per a consequenzialita’, posto che dal contenuto contrastato d’una fonte di prova non puo’ desumersi ne’ la sua verita’, ne’ la sua falsita’.

L’errore logico della motivazione adottata dalla Corte d’appello, gia’ di per se’ idoneo a provocare la cassazione della sentenza impugnata, nel caso di specie e’ aggravato dal fatto che il giudice di merito da un Iato ha ritenuto “variegato” il quadro delle prove raccolte, ma dall’altro non si e’ peritato di assumerne altre, nonostante l’attrice avesse indicato una lunga serie di testimoni, che il giudice di primo grado ritenne di ridurre a cinque soltanto. Ed e’ noto come il giudice non possa, senza contraddirsi, da un Iato ritenere la prova insufficiente, e dall’altro non ammettere quelle che gli sono state chieste.

5.5. Non meno insufficiente e’ la motivazione con la quale la Corte d’appello ha ritenuto indimostrata l’esistenza d’un stato soggettivo di malafede in capo a (OMISSIS) e (OMISSIS). Tale motivazione si fonda infatti su due argomenti:

(a) se i convenuti avessero davvero inteso profittare di (OMISSIS), avrebbero potuto farlo in piu’ agevoli e sofisticate forme, ad esempio inducendolo a sottoscrivere una rinuncia al diritto di revocare la designazione del beneficiario;

(b) negli “ambienti” (sic) della banca “correva voce” che tra i due fratelli (OMISSIS) ed (OMISSIS) non sussistessero buoni rapporti.

L’argomento sub (b) non e’ ne’ una presunzione (ex articolo 2727 c.c.), ne’ una illazione, ne’ una deduzione. Esso e’ una circostanza del tutto ambigua ai fini del decidere. Essa ne’ consente di affermare, ne’ permette di escludere, la malafede di cui si discorre.

L’argomento sub (a) e’ invece un perfetto esempio di paralogismo, o falso sillogismo.

La circostanza che un fatto illecito possa essere commesso in modi piu’ semplici ed efficaci di quelli prospettati dall’attore non costituisce un fatto noto dal quale, con inferenza obbligata, possa risalirsi al fatto ignorato che quell’illecito non sia stato commesso.

5.6. Oltre che del tutto illogiche se riguardate in se’, le motivazioni della Corte d’appello riassunte nei paragrafi che precedono sono altresi’ illogiche se riguardate nel loro insieme.

Sotto questo profilo, la motivazione della Corte d’appello e’ infatti infirmata dal vizio logico della segmentazione, o valutazione atomistica degli indizi.

E’ noto infatti che il giudice di merito deve valutare complessivamente tutti gli indizi di cui dispone, per accertare se siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova presuntiva (in tal senso, ex multis, Sez. 5, Sentenza n. 9108 del 06/06/2012, Rv. 622995; Sez. 3, Sentenza n. 3703 del 09/03/2012, Rv. 621641; Sez. 3, Sentenza n. 26022 del 05/12/2011, Rv. 620317; Sez. 1, Sentenza n. 19894 del 13/10/2005, Rv. 583806; Sez. 2, Sentenza n. 11372 del 30/05/2005, Rv. 580176; Sez. 1, Sentenza n. 3390 del 18/02/2005, Rv. 579630; Sez. 2, Sentenza n. 17858 del 24/11/2003, Rv. 568398; Sez. 2, Sentenza n. 2007 del 05/09/1961, Rv. 882740; sino alla sentenza capostipite rappresentata da Sez. 3, Sentenza n. 2971 del 13/10/1962, Rv. 254395).

Nel caso di specie, invece, la Corte d’appello ha esaminato una ad una (parte) delle prove raccolte, per ritenerle individualmente non significative, e quindi trascurando di esaminare quale valore aggiunto potesse ricavarsi dalla loro valutazione complessiva.

6. La sentenza impugnata deve dunque essere cassata con rinvio alla Corte d’appello di Trieste, la quale nel riesaminare la questione:

(a) riterra’ formulata una domanda:

(a’) di annullamento del contratto di assicurazione nei confronti di (OMISSIS);

(a”) di annullamento del negozio di designazione del beneficiario nei confronti di (OMISSIS);

(a”’) di restituzione del premio nei confronti di (OMISSIS) e di (OMISSIS);

(a””) di risarcimento del danno nei confronti di (OMISSIS) e del Banco;

(b) ai fini dell’annullamento del contratto di assicurazione, accertera’ la sussistenza della malafede della (OMISSIS), ai sensi dell’articolo 428 c.c., tenendo conto dei principi di cui agli articoli 1228 e 2049 c.c., e sanando le mende motivazionali in cui e’ incorsa la sentenza impugnata;

(c) ai fini dell’annullamento del negozio di designazione ex articolo 1920 c.c., applichera’ il principio secondo cui la designazione in favore d’un terzo del tutto estraneo al contraente deve presumersi una donazione indiretta, se non vi siano prove in senso contrario, con conseguente irrilevanza del requisito del grave pregiudizio di cui all’articolo 428 c.c., comma 1;

(d) ai fini dell’accertamento dell’incapacita’ naturale di (OMISSIS), cosi’ come della responsabilita’ aquiliana di (OMISSIS) e del Banco, sanera’ le mende motivazionali della sentenza impugnata:

(d’) valutando nel suo complesso la cartella clinica di dimissione dopo (OMISSIS) del 18.6.2002;

(d”) evitando di giustificare la ritenuta inattendibilita’ d’una deposizione col solo richiamo all’esistenza di deposizioni contrastanti;

(d”’) valutando gli elementi indiziari nel loro complesso, e non atomisticamente.

7. Il ricorso incidentale condizionato del Banco.

7.1. Con l’unico motivo del proprio ricorso incidentale condizionato il Banco sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata da una nullita’ processuale, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4.

Espone, al riguardo, che la sentenza d’appello, avendo rilevato il difetto di legittimazione passiva del banco, avrebbe dovuto dichiarare l’inammissibilita’ della domanda, e non gia’ deciderla nel merito.

7.2. Il motivo sarebbe inammissibile, fondato come sull’evidente confusione tra il “difetto di legittimazione” in senso tecnico, che ricorre quando dalla stessa prospettazione attorea risulta l’estraneita’ del convenuto ai fatti di causa; e l’assenza di titolarita’ dal lato passivo dell’obbligazione dedotta in giudizio, (ovvero, nel nostro caso, la mancanza di responsabilita’ del Banco), che solo impropriamente viene nella prassi definito “difetto di legittimazione passiva”.

Si e’ detto “sarebbe”, al condizionale, in quanto in ogni caso il ricorso incidentale resta assorbito dall’accoglimento del primo motivo di ricorso.

8. Le spese.

Le spese del giudizio di legittimita’ e dei gradi precedenti di merito saranno liquidate dal giudice del rinvio, ai sensi dell’articolo 385 c.p.c., comma 3.

P.Q.M.

la Corte di cassazione, visto l’articolo 380 c.p.c.:

-) accoglie il primo, il secondo ed il quinto motivo del ricorso principale;

-) dichiara assorbito il ricorso incidentale;

-) cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Trieste in diversa composizione;

-) rimette al giudice del rinvio la liquidazione delle spese del giudizio di legittimita’ e di quelle dei gradi di merito.

Hai bisogno di una consulenza? Contattami!
umberto davidehttp://umbertodavide.it
Laureato nell’anno accademico 2012/2013 all’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in diritto bancario intitolata “Le nuove garanzie bancarie”. Sono iscritto all’ordine degli avvocati di Torre Annunziata, dal maggio del 2013, immediatamente dopo aver conseguito la laurea ed ho superato l’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense nel novembre del 2015. Ho inoltre seguito il 1° Corso per curatore fallimentare e commissario giudiziale tenuto dal consiglio dell’ordine degli avvocati di Torre Annunziata nel 2016. La sede principale della mia attività professionale è in Sorrento, ma esercito la professione di avvocato su tutto il territorio italiano

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.